In meno di vent’anni ci siamo confrontati con tre coronavirus. Un dato che per alcuni può essere considerato un campanello d’allarme legato ai cambiamenti climatici. Quanto costa all’uomo la mancanza di coscienza ambientale e quali misure preventive si possono adottare?

di Andrea Grimaldi

Gli obiettivi 2020

E così arrivò anche il 2020, anno tanto atteso da tutti i sostenitori della lotta ai cambiamenti climatici, da quel lontano 1997, quando più di 180 Paesi siglarono il Trattato di Kyoto, fissando impegni precisi di riduzione delle emissioni di gas serra ed incremento degli investimenti in fonti rinnovabili ed efficienza energetica, il tutto proprio entro il 2020.

Ecco, il 2020 doveva sugellare il successo di questo cambiamento e rappresentare il trampolino di lancio per i nuovi obiettivi fissati per il 2030.

Poi è arrivato il COVID-19

Un minuscolo agglomerato di proteine e DNA che ha di colpo stravolto le agende politiche ed industriali, impegnando la società moderna a fronteggiare un nemico invisibile e subdolo.

Sorge spontaneo allora domandarsi quale impatto avranno questi terribili accadimenti sulle azioni di contrasto ai cambiamenti climatici, a fronte di un’economia nazionale che si stima possa chiudere il primo semestre del 2020 con un PIL in perdita di quasi il 10%.

Per provare a rispondere a questa domanda occorre distinguere tra quanto ci si aspetta possa accadere nel breve periodo, diciamo entro la fine del 2020 e quanto invece gli analisti si aspettano come trend di medio-lungo periodo.

Se da un lato è  abbastanza ovvio pensare che da qui  ai prossimi mesi, le priorità di imprenditori, politici e famiglie saranno di puntare su un ritorno alla normalità quanto più rapido possibile, dando precedenza a tutti gli investimenti considerati “strategici” e rimandando tutto ciò che non è strettamente necessario, tra cui anche investimenti in tecnologie green, dall’altro il COVID-19 ha portato ulteriormente a galla una grande verità: il destino dell’uomo volente o nolente è strettamente interconnesso con la natura che lo circonda.

Inquinamento atmosferico ed epidemie

Nonostante l’origine (naturale) del COVID-19 e la sua correlazione con i cambiamenti climatici siano ancora tutti da verificare una cosa si può affermare con relativa sicurezza: che il tasso di mortalità è tanto superiore quanto più i polmoni di chi si ammala sono affaticati. Ed una delle concause, oltre al fumo, è proprio il livello di polveri sottili presenti nell’aria che tradizionalmente respiriamo.

Leggi l’intervista al Dott. Aaron Bernstain, Direttore del Dipartimento Climate-Change dell’Università di Harvard

Sulla relazione tra inquinamento atmosferico e diffusione del virus sono sorti, nell’ultimo mese, numerosi studi, con particolare focus su due macro temi: alte quantità di polveri sottili come booster nella diffusione dei virus e polveri sottili come concausa dell’alto tasso di mortalità registrato in alcune aree del Pianeta (Whuan e Pianura Padana).

Per quanto non si possa arrivare a una conclusione generale quantitativa – i diversi studi valutano contesti specifici sui quali giocano molti fattori diversi – si può però affermare che l’inquinamento cronico dell’aria, come i picchi di concentrazione di polveri sottili e altri inquinanti, agisca come fattore peggiorativo nei casi di epidemie. Ed è perfettamente plausibile che ciò avvenga sia come possibile veicolo che amplifica la diffusione del virus sia come fattore di stress cronico che potrebbe rendere più vulnerabile la popolazione agli effetti dell’epidemia, anche se nel caso italiano non è possibile stabilire di quanto.

Le rinnovabili come prevenzione sanitaria

In tutto questo si può pertanto individuare un’altra grande motivazione per aumentare sensibilmente i piani di investimento verso una transazione energetica basata su fonti rinnovabili ed efficienza energetica: la loro possibile funzione di “prevenzione sanitaria”.

Non solo quindi, per salvare gli orsi bianchi dall’estinzione, per proteggere la nostra bella Venezia dall’innalzamento dei livelli del mare o i Koala dagli incendi Australiani, ma anche per proteggere la specie umana dai rischi di infezione virale, mantenendola sana ed in forza.

Nel breve periodo probabilmente si assisterà addirittura ad un peggioramento della qualità dell’aria, dovuto agli sforzi dal parte del comparto industriale di recuperare il terreno perso – definito in gergo tecnico “inquinamento di ritorno”-  il trend di medio lungo periodo dipenderà soprattutto da quanto il modello di crescita basato sulla globalizzazione saprà fare tesoro dei grandi insegnamenti che la natura ci sta fornendo.

Questo periodo di “chiusura forzata” ha portato alla ribalta l’opportunità di investire in tecnologie digitali e strumenti di smart-working. L’economia mondiale, pur rallentando, non si è totalmente fermata: le aziende hanno continuato a produrre nonostante le strade fossero tendenzialmente vuote.

Tali abitudini devono diventare una costante del nostro modo di lavorare, riducendo al minimo tutte le inefficienze legate a spostamenti inutili.

Usciremo da questa crisi con una grande motivazione in più per combattere i cambiamenti climatici (non solo quindi ragioni economiche e di immagine, ma anche di prevenzione sanitaria) e con nuovi strumenti spesso sottovalutati (lo smartworking su tutto). Quanto più si riuscirà a fare sintesi tra queste grandi novità ed il modello di crescita esistente prima della crisi e tanto più rapida sarà l’accelerata verso un mondo più sostenibile e meno inquinato.

Abbiamo a cuore la sostenibilità. Se vuoi contribuire a fermare i cambiamenti climatici e affrontare un piccolo passo verso la sostenibilità ambientale, contattaci.

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