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Responsabilità Sociale d’Impresa e attenzione all’ambiente

[vc_row][vc_column][vc_column_text]Negli ultimi decenni si è assistito ad una crescita esponenziale della sensibilità nei confronti delle problematiche ambientali e sociali; a ciò ha fatto seguito il proliferare degli studi in tema di responsabilità sociale d’impresa, dall’inglese Corporate Social Responsibility.

La Corporate Social Responsibility si riferisce all’aspetto etico di cui ogni strategia di impresa dovrebbe tener conto per salvaguardare e migliorare la condizione economico-sociale nell’area di influenza dell’impresa stessa.

Definizione di Responsabilità sociale d’impresa

Nel Libro Verde della Commissione Europea la Responsabilità Sociale d’Impresa è definita come un’azione volontaria, ovvero come integrazione volontaria delle preoccupazioni sociali ed ecologiche delle imprese nelle loro operazioni commerciali e nei loro rapporti con le parti interessate.

L’impresa costituisce la cellula economica della società; uno sviluppo sostenibile dell’economia del paese passa attraverso una gestione aziendale sostenibile.

Un’azienda in grado di allineare i propri interessi a quelli dei suoi stakeholder deve preoccuparsi sia della dimensione economica sia di quella sociale ed ambientale. Primaria importanza rivestono inoltre gli aspetti comunicativi e le interazioni tra l’azienda e la comunità nella quale questa opera. Maurizio Sacconi, ex ministro del lavoro, della salute e delle politiche sociali, nel 2005 definiva la CSR come “un modello di governance allargata” per rimarcare l’importanza di formulare politiche imprenditoriali che tengano conto di tutti i soggetti coinvolti.

I primi contributi su questo tema però, hanno visto come protagoniste le imprese di grandi dimensioni. Solo di recente è stata avvertita la necessità di studiare la tematica facendo specifico riferimento alle imprese di micro, piccole e medie dimensioni.

In Europa le PMI rappresentano complessivamente il 99,80% delle unità operative e in Italia si osserva un rapporto PMI/abitante pari a 0.06 (Eurostat, 2015); tali dati non possono che tradursi nel loro importante sostegno alla creazione di valore aggiunto e all’occupazione delle comunità di appartenenza. Anche le specificità del settore produttivo di appartenenza potrebbero esercitare un ruolo importante nella definizione del modello di CSR da parte di una data impresa.

La mancanza di regole e leggi che obbligano i brand a comportarsi in modo responsabile sia nei confronti delle persone che dell’ambiente fa sì che si crei la necessità di enti certificatori indipendenti.

Le certificazioni

Esistono già molte certificazioni come Gots e Icea che si riferiscono prevalentemente alla certificazione di prodotti biologici nel tessile.

I controlli eseguiti direttamente dai brand sui fornitori hanno mostrato debolezza e non funzionano. C’è troppa differenza di peso all’interno delle aziende: vince sempre il prezzo, quindi la seconda. I controlli effettuati dalle direzioni Csr sono poco considerati dalla direzione acquisti, nelle scelte e nelle valutazioni dei fornitori.

Non esistono norme obbligatorie che coprono tutti gli aspetti della responsabilità sociale, ovvero diritti umani, salute e sicurezza, ambiente ed etica). Vi sono, tuttavia, a livello internazionale alcuni punti di riferimento. L’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) ha pubblicato una linea guida generale sulla condotta di business responsabile e alcune linee guida per la valutazione dei fabbricanti. Mentre l’Iso (International standardization organization) ha pubblicato la norma Iso 26000 con linee guida per la responsabilità sociale. Norme importanti, che però hanno un limite: non sono formulate come requisiti oggettivi e quindi non sono certificabili.

La direttiva europea 2014/95 obbliga le società quotate e le imprese di grandi dimensioni a fornire informazioni extra finanziarie al mercato da allegare al bilancio. La direttiva è già legge dello Stato dal 2016, ma ancora del tutto inapplicata.

 

Iniziative nel nostro territorio

Il gruppo Elmec è un esempio di azienda che ha deciso di condividere il suo percorso verso un futuro in cui lo sviluppo tecnologico vada di pari passo con la responsabilità sociale.

“Siamo convinti che il processo di innovazione debba essere interpretato in chiave di sostenibilità economica, sociale, ambientale e culturale. Lo sviluppo delle aziende deve rispettare e favorire le realtà in cui esse operano, con pratiche di responsabilità compatibili con l’acquisizione di un vantaggio competitivo e che rappresentino un fattore a favore della crescita economica aziendale.” Rinaldo Ballerio - Presidente Cda Elmec Informatica S.p.A.

Si è appena concluso, per il quinto anno consecutivo il Premio ER.RSI Innovatori Responsabili, promosso dalla Regione Emilia-Romagna per valorizzare le attività produttive del territorio che attraverso le loro iniziative contribuiscono ad attuare gli obiettivi e i target indicati dall’ONU con l’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile.

Il premio regionale per la responsabilità sociale d’impresa e l’innovazione sociale si rivolge alle start-up, alle imprese, alle cooperative sociali, alle associazioni di imprese e di rappresentanza senza scopo di lucro, agli enti locali e alle Camere di Commercio presenti sul territorio.

 

Una certificazione per il settore tessile

[/vc_column_text][vc_single_image image=“922” img_size=“full” alignment=“center”][/vc_column][/vc_row][vc_row][vc_column][vc_column_text]ll 5 luglio si è tenuto a Milano, presso l’Associazione italiana commercio estero (Aice), un convegno aperto a tutti al titolo Responsible labelling sulla trasparenza nella filiera tessile e il lancio del sistema di monitoraggio Get it fair. Un sistema di gestione certificabile pensato per le imprese dei Paesi emergenti. Get It Fair è promosso da ICMQ India, parte di ICMQ Group, primario organismo italiano di certificazione, ispezione e formazione su tutti i temi relativi a qualità, sicurezza, ambiente, sostenibilità e responsabilità sociale.

Esistono molti schemi di valutazione dei fabbricanti, ma sono troppo spesso sbilanciati su un solo aspetto. Get it Fair copre, in modo bilanciato, tutti gli aspetti. Questo sistema di certificazione è basato sul coinvolgimento di tutte le parti interessate. Il comitato scientifico sta crescendo e vuole essere rappresentativo di tuttegli aspetti della filiera della moda.

Geti it Fair è promosso nel mondo della rete delle Camere di commercio italiane all’estero che hanno deciso di promuoverlo nei rispettivi Paesi come un servizio per garantire le imprese Italiane sulla serietà delle valutazioni.

 

Dalle nuove generazioni, impegno sociale e attenzione verso l’ambiente

Millennials e generazione Z desiderano acquistare responsabile e vorrebbero trovare sull’etichetta informazioni credibili sulla sostenibilità del prodotto e sulla responsabilità sociale delle fabbriche in cui sono realizzati.

In particolare la Generazione Z chiede cose precise, come trasparenza, onestà e possibilità di conoscere il volto umano dietro l’azienda.

Questa utenza appare particolarmente attenta alle cause sociali e all’ambiente, dunque ai marchi che sviluppano progetti sociali. I giovani vogliono sapere come nasce un prodotto, come viene distribuito e quale impatto ha sull’ambiente.

Hanno ereditato un mondo afflitto da problemi come il riscaldamento globale e lo sfruttamento della manodopera a basso costo. E, forse proprio per questo, vedono la sostenibilità come un tema chiave anche quando si deve scegliere cosa indossare.

Le preferenze d’acquisto delle nuove generazioni

Secondo l’Osservatorio PwC (network di servizi professionali), i Millennials e la Generation Z (2018), fanno della qualità uno dei presupposti all’acquisto, preferendo acquistare prodotti sostenibili (37%) con la volontà di spendere di più per comprare un prodotto responsabile.

È stato evidenziato che sono proprio i più giovani ad essere disposti a fronteggiare un cartellino maggiorato per un prodotto responsabile verso l’ambiente e le persone.

Il 22% degli intervistati della Generazione Z spenderebbero il 5% in più per acquistare accessori sostenibili. Il 17% arriverebbe ad aumentare la spesa del 10 per cento. Percentuali simili (21%; 15%) per quanto riguarda l’abbigliamento. Più frenati economicamente i Millennials: “solo” il 12% aggiungerebbe il 10% al prezzo del capo per averlo sostenibile.

Le reazioni degli under 38 sono uno degli indicatori cui le aziende di moda devono fare attenzione per sviluppare una strategia efficace sul lungo periodo. Del resto, oggi i giovani rappresentano il 30% dei compratori del lusso e da qui al 2025 arriveranno a coprire oltre il 45% degli acquisti.

Come rilevato da Merrill Lynch durante il Milano Fashion Global Summit, continua a crescere la quota dei Millennials che ha investito in una società impegnata sul fronte della sostenibilità.

Tra il 2015 e il 2018 è più che raddoppiata, toccando il 37 per cento. In calo, di contro, la quota aspirazionale: oggi il 40% dei Millennials vorrebbe investire in un’azienda sostenibile, contro il 52% del 2017.

Cosa si prevede in futuro

Nei prossimi decenni, le risorse che verranno potenzialmente iniettate nelle aziende con un alto livello di approccio sostenibile oscillerà tra i 15 e i 20 triliardi di dollari. Secondo il report della banca d’investimento americana, le aziende (americane) non hanno compreso questa opportunità.

Il 50% degli intervistati ritiene che i possibili investitori interessati ai fattori ecologici e sociali siano tra l'1 e il 5% . Sempre la metà delle aziende campione non ha dipendenti “dedicati” ad attività legate alla sostenibilità.

Se vuoi saperne di più su come aiutare l’ambiente avendo uno stile di vita sostenibile visita il nostro sito www.elmecsolar.com[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row]

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